IL “CHINO” RECOBA SI RITIRA DAL CALCIO GIOCATO

IL “CHINO” RECOBA SI RITIRA DAL CALCIO GIOCATO

“Papà, papà, c’è Marcelo del Real Madrid”. “Jeremia, fai il bravo, resta al tuo posto e non andare a infastidire nessuno”. Miami, o giù di lì, qualche anno fa in un bel ristorante: Jeremia conosce tutti i giocatori del Real Madrid, e Marcelo è uno dei suoi preferiti. È un attimo, il terzino brasiliano alza lo sguardo, lascia il suo tavolo e si dirige verso il papà di Jeremia. “Ciao, scusami, non volevo disturbarti, sono Marcelo, un tuo ammiratore…”. Il bimbo non capisce, è incredulo, sorride, poi fa le foto con Marcelo e aspetta spiegazioni dal papà. Anche perché, pochi giorni prima, a Montevideo, era successo lo stesso con Luis Suarez, l’attaccante uruguaiano più famoso al mondo. Jeremia sa bene che il papà è stato un calciatore, ma i conti non gli tornano, quelli sono fenomeni. Chi è papà? Semplice, Alvaro Recoba, classe 1976, uno dei calciatori più divertenti e imprevedibili degli ultimi 20 anni: talento immenso, forse non troppa voglia di allenarsi, altrimenti avrebbe portato a casa un paio di Palloni d’oro. E non stiamo esagerando. Giovedì 31 marzo dirà addio al calcio: a Montevideo arriveranno grandi stelle internazionali. Fra queste Christian Vieri. “Certo Chino – così Bobo al telefono -, arrivo! Non posso non festeggiare l’uomo al quale devo almeno 50 dei miei gol all’Inter”.

ASPETTAVANO RONALDO — Nella primavera del 1997 a casa Moratti viene recapitata una videocassetta. Il filmato mostra un ragazzino del Nacional di Montevideo, anche cicciottello, che prende palla al limite della sua area, scarta tutta la squadra avversaria ed entra in porta con il pallone: un mix impressionante di forza, velocità e tecnica sopraffina. Non ci credete? Andate su youtube e cercate “Alvaro Recoba-Gol Similar de Maradona”. Il presidente e il figlio Mao non hanno dubbi: “È il nostro uomo!”. Sono i tempi in cui tutto è possibile all’Inter. Massimo Moratti è il presidente dei sogni: tifoso innamorato e soprattutto cultore del bello. Già, di lì a poco arriva anche Luis Nazario da Lima Ronaldo, il Fenomeno. A inizio agosto a Bologna c’è l’Inter in amichevole. Ronaldo gioca 70′: esce con i nerazzurri avanti 1-0 (rete di Ganz) e al suo posto entra Recoba. Passano pochi minuti, il Chino raccoglie palla a metà campo, controllo e pallonetto di 40 metri: traversa! “Quello sbarbato a fine allenamento sistema 6-7 palloni sulla linea di metà campo, li calcia accarezzandoli, e solo un tiro al massimo non finisce direttamente sotto la traversa”, si inizia a romanzare.

LE SFIDE A TENNIS CON ZAMORANO — È invece pura realtà ciò che accade il 31 agosto 1997 a San Siro, quando “erano venuti in 80.000 a vedere Luiz Nazario da Lima Ronaldo – raccontò l’allora radiocronista di Rtl 102.5 -, hanno invece scoperto Alvaro el Chino Recoba che al posto del piede sinistro ha la dinamite”. Brescia in vantaggio con Hubner, Simoni a un passo dall’esonero, poi a meno di 20′ dalla fine entra Recoba: doppietta, missile da 25 metri e punizione da 30 metri. Quelle due sassate conquistano la gran parte del popolo interista, non Gigi Simoni, che d’altronde là davanti ha solo l’imbarazzo della scelta fra i vari Ronaldo, Djorkaeff, Ganz, Moriero e anche Kanu. Recoba torna fra panca e tribuna: si rivede in pratica all’ultima giornata d’andata. E che succede? L’Inter è sotto di una rete. Il Chino, in panchina, osserva, poi si gira verso l’amico-connazionale Rivas: “Martin, guarda il loro portiere (Roccati, ndr ), è sempre fuori: se entro gli piazzo un pallonetto che se lo sogna di notte per dieci anni…”. Detto, fatto. Al 25′ s.t. è in campo, a 8′ dalla fine disegna una parabola vincente di oltre 50 metri. Ricapitolando: a fine girone d’andata Recoba ha segnato 3 reti giocando più o meno 45’… In gruppo è amatissimo. Un giorno, giovane cronista, incrocio Diego Simeone, vero capitano e collante di quell’Inter tutta poesia e pazzia. “Diego, questo Ronaldo è impressionante tecnicamente, ed è velocissimo…”. E lui: “Hai ragione, ma sai chi è il più veloce palla al piede? Quel gordito lì…”. Indica Recoba e continua: “Non lo prendi mai, gli devi sparare”. Il Chino vive per qualche tempo a casa di Zanetti, poi si sistema vicino a San Siro. Nel tempo libero inizia a giocare a tennis: tutto talento e indolenza anche lì, sembra Leconte. “Serve and volley”, sempre! L’unico che lo batte è Zamorano, un fenomeno anche con la racchetta: spesso, in Cile, Ivan si allenava con Marcelo Rios, ai tempi vero e proprio asso della racchetta.

“COME MARADONA” IN LAGUNA — Nel gennaio del 1999 Beppe Marotta convince il Chino a giocare 6 mesi nel Venezia in Serie A: “Vieni da noi – disse l’allora d.s. dei veneti -, ti diverti un po’ e torni a Milano da protagonista”. Recoba ha poco spazio nell’Inter, ci pensa, poi arriva Moratti e gli dice: “Vengo a vederti ogni volta che posso, e a giugno sei di nuovo con noi”. Di lì a poco Recoba firma con l’Inter un rinnovo stratosferico, miliardario (in lire), figlio dell’incredibile amore di Moratti, e dell’insidia rappresentata da un Milan pronto ad approfittarne in caso di mancato accordo. Quello veneziano sarà il periodo italiano più esaltante per il Chino: prende una squadra ultima in classifica, a 4 punti dalla salvezza, e la porta a ridosso dell’Europa (a 2 punti dalla zona Uefa) con 11 reti in 19 partite. Tre gol, a metà marzo, li rifila alla Fiorentina di Trapattoni e Batistuta. Viola in corsa per lo scudetto ma k.o. 4-1. Recoba impallina Toldo con due punizioni e una serpentina. “Come Maradona”, titolerà il Corriere della Sera . La sera della partita, tutte le maggiori trasmissioni tv nazionali lo cercano, “Domenica Sportiva” in testa. Il cellulare è però muto. La Rai ricorre agli amici più stretti del Chino: “Non mi posso muovere da casa – dice lui -, ho un torneo alla playstation… Vabbé, al massimo 5 minuti al telefono”. Amici e cose semplici prima di tutto: il Chino era questo. A volte ti invitava a cena, ma si dimenticava di dirlo alla moglie Lorena che, colta di sorpresa, lo ribaltava, per poi lasciarsi andare a una risata rassegnata. Alvaro e Lorena sono ancora oggi felicemente sposati, hanno due figli (oltre a Jeremia, c’è la primogenita Nathalie, 15 anni, ottima giocatrice di pallamano) e si godono amici e famiglia. “Venezia è stato un periodo fantastico anche dal punto di vista umano, abbiamo conservato parecchie amicizie”, dice spesso Recoba. Presidente Zamparini, allenatore Walter Novellino, che aveva un modo tutto suo per caricare il Chinito. Al momento di dare la formazione fingeva di dimenticare il nome di Recoba: “Allora, 4-4-2. In difesa ci sistemiamo così, in mezzo al campo giocano questi e in avanti c’è Maniero…”. Entrava allora in scena il “compare” di turno, a volte proprio Maniero: “Mister, e il Chino?”. Novellino pronto: “Il Chino è un fenomeno, là davanti fa quel c…o che vuole”.

DA GRANDE HA DIVISO LA CRITICA — Tornato all’Inter Alvarito ha sempre diviso la critica. O lo amavi senza condizioni o lo bollavi come mezzo giocatore per via delle molte pause che si concedeva. Sì, di pause ne aveva, ma i suoi lampi erano arte pura, roba da Louvre per intenderci. E non a caso ad amarlo erano soprattutto i compagni e molti altri colleghi, come Francesco Totti e Daniele De Rossi che per esempio lo volevano alla Roma. Paura di nessuno il Chino, immune a qualsiasi tipo di pressione, gol mai banali, autentici prodigi, uomo in grado di ribaltare una partita anche uscendo dalla panchina negli ultimi minuti: è successo più volte. Quasi sempre problematici invece i rapporti con il tecnico di turno. Anzi, alcuni allenatori seducevano Moratti promettendo sistemi costruiti attorno al Chino, salvo poi spingere l’uruguaiano piano piano in panchina a stagione in corso…

IL TAVOLINO DI APPIANO — Sia chiaro, il ragazzo ci metteva del suo. Ha fatto storia il “tavolino Recoba”, posizionato nella periferia del centro di Appiano: nelle giornate di grande nebbia, ogni tanto l’uruguaiano saltava un giro (la rosa era ampia e non era difficile “mimetizzarsi”), si sedeva, e si fumava una bella sigaretta, per poi rimettersi in gruppo al passaggio successivo. Recoba è però stato soprattutto gioia, magia e sorriso. Mai rifiutato un autografo, soprattutto ai piccoli fans. Di fatto, tramutava in realtà i desideri di qualsiasi bimbo: reti da trenta metri, pallonetti da manicomio, tunnel, dribbling e ogni altra cosa che sembrava possibile soltanto nei cartoni animati giapponesi. Ha finito la carriera in Uruguay, correndo sempre meno, ma “inventandosi” il calcio d’angolo imprendibile, “gol olimpico” dicono da quelle parti, dove fu così battezzato nell’ottobre 1924 dopo un Argentina-Uruguay.

NEL NOME DI RAFA — Negli ultimi tempi ha fallito di poco uno scudetto nel beach soccer, ha iniziato a produrre documentari sui più grandi sportivi sudamericani e cura anche gli interessi di ottimi giovani calciatori uruguaiani, oltre a studiare da dirigente calcistico. Uno dei talenti migliori è proprio il figlio Jeremia, che oggi è consapevole di che cosa abbia rappresentato il suo papà in Uruguay e in Italia. Gli raccontano: “C’era una volta un ragazzetto di nome Alvaro, che segnava 5-6 reti a partita. Portò la sua scalcinata squadretta in finale in un importantissimo torneo nazionale, e per festeggiare se ne andò a pescare con un parente. Gli piaceva così tanto stare in mezzo al fiume che si dimenticò della finale: lo andarono a prendere a gara iniziata, i suoi compagni erano sotto di tre reti, lui si cambiò in macchina, entrò nel secondo tempo e ne fece cinque. Leggenda? Esagerazioni? Chissà, ma in quei giorni un grande del passato uruguaiano, Rafa Perrone, del Danubio anni Settanta, notò il baby fenomeno con occhi orientali, e conoscendone il carattere difficile se lo portò a casa, per controllarlo da vicino e quindi lanciarlo poi nel Danubio, nella prima divisione uruguaiana…”. Ecco l’alba calcistica del Chino e l’inizio anche di una bella storia d’amore con Lorena Perrone, figlia di Rafa, mamma di Jeremia.

 Mirko Graziano – gasport

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